Prolusione a “Ovunque sulle montagne" PDF Stampa E-mail

Scrivere serve ad esprimere ciò che si ha dentro. Le idee, elaborandole, si precisano, possono diventare un corpo organico. Perché, però, scrivere romanzi? Perché permettono di spaziare maggiormente, di collegare ambiti diversi tra di loro e soprattutto possono coinvolgere molto di più chi legge. Perché, poi, romanzi d’avventura e non gialli o romanzi psicologici? Perché  troppo parziali, legati ad un solo particolare schema costruttivo. Il romanzo d’avventura ( dal latino advenio,adventus, ciò che sta per arrivare, il futuro che ci attende) può contenerli entrambi pur non riducendosi solo a quello e in più mette al centro il tema dello spazio che, a sua volta, è sinonimo del mondo e di ciò che di esso ancora non conosciamo. L’uomo è infatti attratto irresistibilmente dalla natura e dal mistero. Più la sua vita è organizzata razionalmente, più diventa artificiale e più avverte il fascino di ciò che è rimasto selvaggio. Più viviamo in spazi chiusi e artefatti e più siamo attratti dagli spazi aperti. Li vagheggiamo.

Il romanzo nasce nel tardo medioevo. I romanzi cavallereschi dei troubadours parlano di cavalieri e delle loro eroiche gesta, ma la scena e prevalentemente dominata da spazi sconfinati e da foreste impenetrabili. Come se quella natura senza confini avesse il potere di far dimenticare la spogliazione dell’Europa di quei tempi, l’enorme roncamento di foreste necessario, allora, a costruire città e a lasciare spazio a nuovi coltivi per tutta quella gente affamata in continua crescita. Lo stesso bisogno di spazio che accompagnerà i romanzi sulla frontiera e i films western come a far dimenticare la micidiale rivoluzione industriale, quella della macchina a vapore, che impiastriccerà tutta l’Europa. Fame di spazio che ci accompagnerà, poi, coi romanzi di viaggi  degli anni 20 e 30 ai confini del mondo, nei deserti e nelle terre gelate del nord. Più misuriamo il pianeta e lo trasformiamo a nostra misura, più vagheggiamo la natura selvaggia. Edward Wilson, naturalista e filosofo, afferma che il nostro inconscio è in gran parte formato dall’empatia verso la natura e gli animali. Il nostro immaginario, quindi, non può non alimentarsi del rapporto con loro.

Gli animali da compagnia di cui sempre più ci circondiamo, fino a considerarli ormai parte delle nostre stesse famiglie, costituiscono proprio la nemesi di ciò che d’altro canto distruggiamo. Come se coi sentimenti che proiettiamo su di loro compensassimo l’orrore cui costringiamo tutti gli altri animali negli allevamenti industriali. Un vero inferno in terra che ci avvelena doppiamente: nel corpo (col mangiare quelle carni stressate e imbottite di antibiotici) e nell’anima perché ne siamo tutti al corrente anche se voltiamo ipocritamente la testa da un’altra parte.

Ripensare da capo il nostro rapporto con loro è essenziale per nutrire correttamente il nostro inconscio e liberarlo dagli orrori cui il principio di realtà, il comando economico e la speculazione lo costringono. Se non alimentato, c’è solo un immaginario arido e costretto a rifuggire dai tabù che gli abbiamo creato attorno. Capace di rielaborare di continuo solo i banali materiali di ogni giorno vocati a massimizzare il piacere e a minimizzare il dolore. Tale principio di economia, che governa totalmente la società, decide ormai anche per ognuno di noi, decide del nostro stesso sentire. Ci costringe ad un tempo mentale del tutto rivolto al passato, ad una rielaborazione incessante di ciò che ci è appena capitato, come in un ossessionante ciclo di isteresi.Tutto per pesare il dare e l’avere, l’utile e il non utile fino a proiettare nel futuro solo il desiderio della continuità del piacere. Uno stato che ci fa avere timore del futuro, che ci costringe ad immaginarlo solo come un problema irrisolvibile. Mentre solo progettandolo, pensandolo più vivibile per noi e la natura possiamo sperare di rendere più sereno anche il presente. Solo immaginando nuovi scenari possibili venturi possiamo perdonarci il passato e sopportare gli orrori commessi.

Il personaggio del romanzo parte proprio da tali acquisizioni per volar via dalla città. Rotti i legami con la vita precedente e abbandonate le idee che l’avevano guidata, diventate ormai mera ideologia, avverte imprescindibile la voglia di immaginarsene un’altra e la montagna costituisce un richiamo irresistibile in tale direzione. La sua influenza si fa sentire da subito sviluppando i suoi sogni. Sogni che lo portano ad immaginare cose e a desiderarne altre ancora. Sogni, che arriva a chiedersi addirittura se non siano premonitori, tanto sono vividi e intensi. Tutto ciò che gli capita: l’innamoramento, la fine dell’amore, il dolore della perdita, la paura della malattia, la fuga al casinò per stordirsi e rifugiarsi nel mondo dello shopping,la tentazione della possibilità di comprare ogni cosa fino a dimenticarsi di sé, rappresenta una progressiva metafora della vita quotidiana di tutti noi e di ciò che lui apparentemente dovrebbe essersi lasciato alle spalle. Ma a fianco della consueta fragilità umana si accompagna in lui uno sviluppo sorprendente dell’interiorità, tale da renderlo consapevole di poteri prima impensabili, della capacità di accorgersi di cose prima mai neanche immaginate. L’incontro coi vecchi del paese, col loro retaggio ancestrale longobardo e con la loro paura di ciò che rimane dell’antica e preesistente etnia ligure, rappresenta la metafora della confusa consapevolezza che tutti abbiamo del mistero della nostra esistenza, della stessa nostra origine e destino. Il delirio d’onnipotenza suggeritoci dalla ragione e dal suo poter tutto tecnologico si ferma oggi di fronte al clima che cambia, di fronte ad un assetto strutturale del pianeta che sembra reagire in modo incontrollabile alla nostra cieca pretesa di totale colonizzazione. Allo stesso modo la furia di conoscenza del protagonista e della sua compagna d’avventura si ferma di fronte all’impossibilità di spiegare con la ragione l’improvvisa intrusione della concretezza del mistero nella realtà di ogni giorno. L’inconcepibile sparizione della compagna disarma la sua volontà di andare oltre, blocca alla fine ogni suo proposito.

Quella cima su cui lei non c’è più gli si rivela come una linea di confine insuperabile del mondo a lui conosciuto, che può solo contemplare stupito ma non superare. Inutilmente, alla fine, salirà più e più volte ancora lassù come per un ultimo reiterato tentativo di capire. Non potendo altro che rendersi conto che è tutto inutile. Che più si conosce e più ci si rende conto di non aver ancora capito. Metafora del fatto che il mistero resterà per l’eternità di fronte a noi. Che è il mistero stesso la linea di confine insuperabile della nostra stessa esistenza e della volontà di dominarla.