Lepre Pazza – Riflessioni di Valentina Alfieri

Letto. 
Finalmente letto. Finalmente finito. Che ci sono state volte, legate a momenti cruciali della narrativa, in cui faticavo a stare dov’ero, dove dovevo, dove addirittura avrei voluto essere se non ci fosse stato quel desiderio, un quasi bisogno, di proseguire nella lettura, una necessità che mi spingeva al contatto con quelle pagine nonostante l’ora tarda.
Letto.
Già letto. Già terminato. Che certi libri sono come certi viaggi, dove la tristezza arriva puntuale ad accompagnare il presagio della fine, quasi un pregustare la nostalgia. L’ultimo capitolo, l’ultima pagina, l’ultima riga, parola, traccia. E non resta che emettere un debole sospiro, nello stanco riallacciarsi alla realtà esterna e scoprirsi ancora vivi nonostante la perdita di contatto con quell’altro mondo parallelo, le singole esistenze di quei personaggi di cui non sapremo più nulla, ma che ci hanno tenuto compagnia e, chissà come, ci hanno saputo parlare.
“Ovunque sulle montagne”. Letto. Finito. Terminato.
E come promesso sono qui a scriverti, senza sapere esattamente cosa, consapevole che probabilmente non ti ricorderai di me e senza la volontà di spingermi nel vano tentativo di portarti a collegarmi a un volto, ad un ricordo.
Non sono un critico letterario, né ho la pretesa di esserlo o di cimentarmici. 
Non so cosa avevi in mente quando mi hai dato il tuo indirizzo e-mail e mi hai detto “Poi dimmi cosa ne pensi”..
I miei complimenti, certo scontati, ma non falsi.
La storia avvincente, surreale per tutto il percorso, sempre più vicina all’Impossibile, per poi svelarsi, sul finale, così vera nella concretezza dell’interiorità. Una grande capacità, la tua, di sondare l’anima dei personaggi, di interrogarla, di portarla a dialogare con quella di ognuno di noi, riaprendo ferite, sanandone altre, in un movimento di lotta e pace con la propria intimità, nel difficile cammino volto alla comprensione e alla conoscenza. “. Provando a sollevare la coperta dell’infinito senza esserne capaci.”, con tutto quel che comporta: i dissidi interiori, gli scontri mai placabili tra istinto e razionalità, la spinta della volontà e il muro di una realtà falsata, la necessità, l’angoscia, il senso di vuoto, d’impotenza, il baratro. Ed il riappacificarsi con l’esteriorità e con noi stessi, solo per un istante, un debole ma necessario riprender fiato, fiducia forse, per poi tornare ad interrogarci fin quasi a morirne, un continuo scavare con le unghie, fino a graffiare il fondo dell’anima, fino a sanguinare. Senza fine.
“Questa è la storia”. L’unica. La più vera.
Magistralmente raccontata, sviscerata in un crescendo di interrogativi e risposte abbozzate, mai compiute – come mai dovrebbero ridursi ad essere – verso un finale estremo che apre gli occhi sul percorso compiuto insieme, come un lampo che fende il buio.
Complimenti allora, Giuliano. Tornerò al Bacco Verde per “Lepre pazza” e del buon vino.
Ma più di tutto grazie. E’ sempre piacevole scovare la sensibilità di un uomo capace di svelarmi, un po’ di più, me stessa.