“CHELYS MONS”-Recensione di Francesca Avanzini

“Chelys Mons” potrebbe tranquillamente, tra le altre cose, essere adottato nelle scuole per motivare gli studenti all’apprendimento della storia, locale e non. Pur non essendo un libro specificatamente per ragazzi, si porta dietro il sapore di quei pomeriggi giovanili passati sul divano sbocconcellando pane, a leggere senza riuscire a interrompersi “Robin Hood”, “I pirati della Malesia”o “I tre moschettieri”. Anche nella narrazione dello scrittore parmigiano Giuliano Serioli, stesso gusto dell’avventura, imboscate, cavalli che procedono nelle faggete calpestando il terreno gelato, cotte di maglia metallica, nodosi archi di legno, comandanti coraggiosi, feudatari e mercanti. E un ritmo serrato che sospinge senza fatica per le oltre quattrocento pagine di cui è costituito il racconto.

L’ambientazione è quella della nostra montagna, in particolare le valli attorno al Monte Caio (chelys, testuggine, in latino) dove-siamo nel primo secolo del primo millennio-sono insediate popolazioni longobarde. Parlano un rude dialetto ancora germanico e, lontane dalle corti, hanno potuto preservare i loro fieri costumi e un cristianesimo ancora venato di paganesimo. Nessuno è schiavo. Ricchi e poveri, nobili e uomini comuni si radunano nelle arimannie, assemblee di pari dove ognuno è libero di esprimere la propria opinione. Economie autosufficienti benché non ricche-tutto viene prodotto all’interno della fara, nelle tipiche case lunghe di legno e sasso -aperte  alle merci e alle notizie che si incanalano lungo la Via del Sale o quella Francigena, suscitano la volontà di sottomissione dei feudatari ligi al Papa o dei vescovi-conti fedeli all’Imperatore, nel contesto di quella lotta per le investiture che culmina con l’umiliazione di Enrico III a Canossa nel 1077.

E loro, gli arimanni, a destreggiarsi come i classici vasi di argilla tra alleanze e scaramucce, a giocare di spada e d’astuzia per conservare la libertà.

Su questo sfondo, ineccepibilmente documentato dal punto di vista storico, dalle armi, agli abiti, al cibo, al modo di combattere –e chissà quanta ricerca c’è voluta- si situano quattro personaggi emblematici del Medioevo, il Soldato, lo svevo Milcar che reca in sé le stimmate e la malinconia del gladiatore interpretato da Russel Crowe, il Monaco, il severo Marius  stanco di dispute teologiche, il furbo mercante Tellino e il Cavaliere Ulderico, perso dietro i suoi nobili ideali, cui si aggiunge la Bella nelle vesti dell’orgogliosa Brunilde dagli occhi verdi e i capelli corvini. Non solo archetipi ma personaggi a tutto tondo, per le pagine del libro si dipana e intreccia la loro parabola esistenziale, si compie la loro personale quest. Tutti, plasmati dalle esperienze, cambiano rispetto a ciò che erano all’inizio, trovando il loro graal, qualunque esso sia. Il loro percorso psicologico è sapientemente seguito nel corso della narrazione e fiancheggiato da vividi comprimari.

E infine la natura, alleata o nemica dei pellegrinaggi e delle scorribande, neve che cade fitta e si ammucchia fino a primavera, arsura che guasta i raccolti, boschi ingemmati pieni di tenera selvaggina a inizio primavera: una dichiarazione d’amore ai nostri monti e alla storia che il territorio racconta.

Si vedrebbe bene un film o una serie televisiva, tratta da questo libro, e sarebbe bello che si muovessero gli enti locali.

Un unico appunto. A volte i personaggi –forse nell’intento di avvicinarceli, o forse a dire che sostanzialmente la natura umana non cambia-esprimono sentimenti e sensibilità troppo moderni. Ma è l’unico neo in una prova davvero bella e ben riuscita.

Francesca Avanzini