Chelys Mons (MUP editore) 2°edizione

Autore: Giuliano Serioli
Editore: MUP 2° edizione 2018
In libreria

Il libro,”Chelys mons”, il monte Caio in italiano, in dialetto Al Chej, è un romanzo storico che ripercorre una particolare storia della cruente lotta per le investiture. E’ soprattutto una lettura impregnata del fascino intrigante dei racconti antichi. L’autore parte da una domanda su come mai la riduzione del contado alla condizione di servitù della gleba non fosse arrivata fin lassù, nei paesi sotto i crinali. Pretesto su come mai i signori non avessero imposto il loro banno anche là. Su perché fosse sopravvissuta l’arimannia, l’assemblea longobarda dei liberi in armi; che, chi più chi meno, lassù erano ancora tutti possessori della terra su cui lavoravano. Terra arrivata fino a noi ancora delimitata dai muretti a secco dei confini di proprietà, ma anche dalle comunalie dei boschi e dei pascoli. Pretesto per interrogarsi su perché l’incastellamento si fosse fermato a metà montagna, quando i pascoli migliori e le foreste più estese e ricche erano più in su. Ecco allora l’occasione dello scontro tra vescovo di Parma e Matilde di Canossa, l’un contro l’altro in armi, per immaginarsi una piccola guerra a parte, una guerricciola di contorno, ma cruenta, per spiegare l’inspiegabile. Pura fantasia, ma plausibile nella ricostruzione minuziosa e fedele della vita sociale di quei tempi; nel figurarsi il paleoambiente; nel ripensare a cosa fossero le armi e la guerra in tutta la loro ferocia.

Una scusa – come sottolinea lo stesso autore –  per ritrovare nei personaggi di allora e nella loro caratterizzazione psicologica, i temi immutabili della condizione umana: il contrasto tra carattere e personalità in ognuno di noi, il contrasto tra destino e libertà.

Una traccia del libro:
“Un suono cupo e distante ammutolì di colpo il vociare chiassoso degli uccelli, sovrastò ogni altro rumore nella valle. Presto ci si accorse che si trattava del rombo tonante degli zoccoli di cavalli lanciati al galoppo. Gli occhi sbarrati dei villici subito a cercare quelli degli altri borghigiani per avere conferma del proprio sconcerto, della paura che già faceva trattenere il respiro. Il terrore si fece strada tra i monti risalendoli in fretta come una serpe venefica. Quei rudi montanari delle corti vescovili non potevano certo immaginarsi che la lotta per le investiture, tra papa e imperatore, stava per abbattersi anche su di loro, sui borghi abbarbicati a quei monti ancora incappucciati di neve, tra il Caio e il Navert; apparentemente dimenticati da tutti. Era la primavera del 1076 e niente sarebbe più stato come prima.”



Cielo Nero

Autore: Giuliano Serioli
Editore: nineArt
ED. I° 2015 euro 14,00

Sinossi

Oltre l’azzurro dell’atmosfera,il nero dello spazio.
L’immensità imperscrutabile.
Suggerisce l’infinito, confina con la morte.
Il pianeta azzurro è una macina incessante.

L’alternarsi del giorno e della notte coincide col
giro vorticoso del denaro.
La sua enormità, dimentica della produzione
di beni, delle genti, dell’ambiente, trascina tutto,
determina il destino di ognuno.

Per chi si avventura oltre l’atmosfera, quel nero
è un limite invalicabile. Non si respira, si muore.
Ma nero è anche il cielo sui deserti d’Africa e d’Arabia,
per il fumo che vi alita la guerra.

Due improbabili avventurieri li attraversano.
Fuggono dall’Appennino per custodire un segreto.
Fino al Sahel, martoriato da carestia e guerra.
Le loro piccole vite contro quel vortice di morte,
contro l’eterno moto della macina.

Riassunto

Un giovane robivecchi di uno sperduto paese di montagna ed un insegnante di fisica, ricercatore in università, si imbattono in una straordinaria scoperta.
Una fonte di energia dal magnetismo è in grado di vincere la gravità, di attirare le cose, di sollevare oggetti, di farli volare.

Da qui l’incredibile avventura, l’entusiasmo, il delirio d’onnipotenza ma anche la paura che la cosa suscita nei due personaggi che tutto sono meno che due eroi.
Al montanaro non interessa girare il mondo, far soldi e comprare cose che ritiene superflue. Preferisce starsene in mezzo ai boschi coi suoi cani, continuando ad immaginare la vita attraverso i sogni ad occhi aperti, senza il dolore che vivere la realtà comporta.
Neanche il professore è uno spendaccione, né è abituato alla bella vita.
La scoperta non ha suscitato in lui nessun desiderio di cambiare interessi e modo di vivere. Solo la voglia matta di vedere a cosa diavolo porti, come vada a finire.

Entrambi, però, arrivano presto a rendersi conto che quella cosa ha già cambiato la loro visione del mondo, non sono più quelli di prima.
Capiscono che non deve trapelare nulla della scoperta, diversamente ogni tipo di potere, statuale o criminale, darà loro la caccia per impossessarsene.
Che il mondo che gli uomini hanno creato è pieno di buone intenzioni e di chiacchiere sui valori, ma pratica normalmente solo la sopraffazione e la guerra.

Scoprono che hanno bisogno di soldi, di tanti soldi per gestire la scoperta e le sue applicazioni e per dotarsi di precauzioni per tenerla segreta.
Arrivano anche alla conclusione che non possono far altro che fuggire dal borgo, rifugiarsi da altre parti, addirittura andarsene dall’Europa.

Nell’Africa sub sahariana, nel Sahel, il contatto con siccità, miseria e guerra fa capire loro come possa essere usata la scoperta e cosa debbano farne.
Aiutare quelle genti a sopravvivere e a difendersi dai signori della guerra che li tiranneggiano.

Il potere si è sempre servito di ideologie per prevalere ed acquisire potenza.
Le ideologie religiose ne sono l’esempio e i nostri si accorgono che neanche una tecnologia superiore è in grado da sola di sconfiggerle.

La Linea del Bosco

Autore: Giuliano Serioli
Editore: nineArt
ISBN : 978-88-904349-1-4
ED. I° 2012
euro 14,00

Lorenzo, il montanaro, l’allevatore di cavalli.
Carlo il professore di storia di Milano.
Margherita, l’architetta di paesaggi.
Ciò che li fa incontrare è la passione per la montagna, ma anche la rabbia, la voglia di opporsi alla sua predazione.
Sono molto diversi, ma determinati, razionali, pronti ad agire.
Ogni idea, ogni azione si accompagna in loro al moto mai domo della riflessione, alla vena dei ricordi, all’incalzare di sogni e desideri.
Ogni loro gesto solleva un velo di polvere, un turbinio di pensieri.
Questi, nel loro lento posarsi, collidono, rimbalzano, si uniscono.
I desideri si mischiano ai problemi.
Il piacere della montagna alla rabbia per la sua spoliazione.
La sua difesa diventa tutt’uno con l’orgoglio, l’amore, l’amicizia.
Ognuno di loro, preoccupato, guarda in su alla linea del bosco, quale confine invalicabile della natura.
Si sono accorti che negli ultimi anni la linea del bosco tende a salire.
Sanno che è l’aumento della temperatura che la sposta in su.
Capiscono che se il suo confine si sposta verso l’alto, cala l’acqua disponibile.
Non ce ne sarà più per nessuno, uomini ed animali.
Ma è soprattutto la sua linea di confine verso il basso a preoccuparli, per tutto ciò che di artificiale sale dalle città.
Dopo la sua rigogliosa ricrescita, vedono che è minacciato di nuovo.
E’ la speculazione della legna da ardere a divorarlo.
Senza freno alcuno o regola vera.
Nel silenzio assordante delle autorità.
Per loro il bosco rappresenta il segnale dello stato di salute della natura.
Si rendono conto che è l’ultima barriera contro la pretesa di colonizzare tutto.
Se tale linea si consuma, viene a mancare, semplicemente il mondo muore.

Ovunque sulle Montagne

Autore: Giuliano Serioli
Editore: nineart
ISBN: 978-88-904349-0-7
ED. I° 2009
euro 14,00

Via dalla pazza folla.
Via dalla città per andare a vivere in montagna.
Sulle montagne abbandonate da tutti e popolate solo da vecchi. Una scommessa persa in partenza in quel mondo desolato, senza occasioni di lavoro e privo di qualsiasi opportunità?
Balle! Un’avventura, piuttosto. In mezzo ad un verde incontaminato. Dall’incontro coi vecchi montanari e i loro misteri a nuovi, insperati amori.
Dal brivido per le luci silenti nel cielo attorno ai laghi, al ronzio in testa dei numeri vincenti al casinò di Saint-Vincent. Fino al castellaro degli antichi liguri e al pericoloso manufatto sepolto nelle sue fondamenta, capace di far sparire le persone.
E i sogni, sogni incredibilmente strani, quasi venissero dal di fuori, dall’ambito stesso misterioso della montagna a suggerire qualcosa…
Ricordate il film di Peter Weir “Picnic ad Hanging Rock”?
Ricordate la misteriosa ed inspiegabile sparizione delle ragazze da cui prende le mosse il film? Una sparizione altrettanto misteriosa ed inquietante è anche nel romanzo, come a sottolineare il sorprendente percorso d’avventura che ne segna tutta la trama, lasciandolo così come sospeso. Come del resto è la nostra stessa vita.
“ L’avventura non può essere solo un film alla James Bond, né un cervellotico miscuglio di luoghi comuni e di violenza gratuita.
L’avventura è dentro ognuno di noi, è nello sguardo con cui osserviamo l’enigma dei cieli, della natura e delle cose che di fuori ci circondano.
È nella inguaribile curiosità con cui tentiamo di sollevare la coperta che abbiamo cucito addosso al mondo e alle cose, per vedere cosa c’è davvero sotto, per scoprire quello di cui non ci siamo ancora accorti.
L’avventura deriva direttamente dalla condizione umana, è un bisogno che nasce dalla nostra eterna insoddisfazione.
L’avventura è in quel qualcosa di misterioso che ci prende e ci porta via. ”
Giuliano Serioli

Lepre Pazza

Autore: Giuliano Serioli
Editore: Officinema Parma
ISBN: 88-902168-2-4
ED. I° 2008 pag 479, dimensioni 17 x 24 cm
euro 14,00

Un qualsiasi libro sul ’68 non poteva prescindere dalla politica. Era il suo elemento naturale. Tuttavia, un romanzo poteva passarci in mezzo, attraversarla toccando qua e là l’essenziale per servirsene a delinearne una trama. Poteva assumerla addirittura come il luogo stesso dell’azione e attraverso di essa farsi romanzo d’avventura.
L’idea stessa d’avventura, poi, avrebbe aperto l’immaginario ad ogni possibile esperienza annessa alla politica, ma ben al di là dei suoi angusti confini razionali. Avrebbe dischiuso la porta dei sentimenti, portando a giorno anche i più riposti.
D’altra parte cos’è che fa nascere l’esigenza di una palingenesi sociale e di una utopia politica?
I sentimenti, non altro!
Una volta che il cuore comincia a battere per le ingiustizie, lo fa anche per la libertà negata, per l’amicizia e la fraternità soffocate dall’egoismo e dall’ipocrisia e, infine, batte ancor più forte per l’amore ritrovato o finalmente trovato, per quella follia completa di sè che è l’innamoramento, che una società edonistica e ultracompetitiva sembra aver del tutto dimenticato.
Questo il procedimento seguito in “Lepre pazza” e questo ne è anche l’obiettivo.
Come dai sentimenti più elementari elusi e derisi nasca la passione civile e come da questa, poi, gli stessi sentimenti promanino prendendo il largo, travolgendo ogni barriera dettata dalla paura, dall’egocentrismo, dall’ipocrisia. Quasi che la passione civile sia il volano necessario a metterli in moto, a portarli ad una eccitazione tale da poter alitare liberi in noi, capaci di prendere il largo e di sorprenderci felicemente.
Giuliano Serioli
La lepre pazza è il movimento studentesco. E’ il ’68, la stagione della passione civile.
Dopo le occupazioni universitarie della primavera e il maggio francese, piazza Garibaldi non è più solo la vetrina della borghesia, è diventata la sede a cielo aperto di quella massa di giovani che hanno in mente di cambiare il mondo.
Lepre pazza è un romanzo d’amore.
Giuliano Serioli

“Questo libro è la memoria di un rivoluzionario e di una generazione che non ha fallito, ma non ha potuto cercare la verità che la storia del pensiero aveva oscurato…”
Sabini Fabrizio

Chelys mons – 1° edizione

Autore: Giuliano Serioli
Editore: Giuliano Serioli
ISBN : no
Stampa: Supergrafica Parma
ED. I° 2007 pag 365, dimensione 17 x 24 cm
euro 13,00

Il libro,”Chelys mons”, il monte Caio in italiano, in dialetto Al Chej, è un romanzo storico che ripercorre una particolare storia della cruente lotta per le investiture. E’ soprattutto una lettura impregnata del fascino intrigante dei racconti antichi. L’autore parte da una domanda su come mai la riduzione del contado alla condizione di servitù della gleba non fosse arrivata fin lassù, nei paesi sotto i crinali. Pretesto su come mai i signori non avessero imposto il loro banno anche là. Su perché fosse sopravvissuta l’arimannia, l’assemblea longobarda dei liberi in armi; che, chi più chi meno, lassù erano ancora tutti possessori della terra su cui lavoravano. Terra arrivata fino a noi ancora delimitata dai muretti a secco dei confini di proprietà, ma anche dalle comunalie dei boschi e dei pascoli. Pretesto per interrogarsi su perché l’incastellamento si fosse fermato a metà montagna, quando i pascoli migliori e le foreste più estese e ricche erano più in su. Ecco allora l’occasione dello scontro tra vescovo di Parma e Matilde di Canossa, l’un contro l’altro in armi, per immaginarsi una piccola guerra a parte, una guerricciola di contorno, ma cruenta, per spiegare l’inspiegabile. Pura fantasia, ma plausibile nella ricostruzione minuziosa e fedele della vita sociale di quei tempi; nel figurarsi il paleoambiente; nel ripensare a cosa fossero le armi e la guerra in tutta la loro ferocia.

Una scusa – come sottolinea lo stesso autore – per ritrovare nei personaggi di allora e nella loro caratterizzazione psicologica, i temi immutabili della condizione umana: il contrasto tra carattere e personalità in ognuno di noi, il contrasto tra destino e libertà.

Una traccia del libro:
“Un suono cupo e distante ammutolì di colpo il vociare chiassoso degli uccelli, sovrastò ogni altro rumore nella valle. Presto ci si accorse che si trattava del rombo tonante degli zoccoli di cavalli lanciati al galoppo. Gli occhi sbarrati dei villici subito a cercare quelli degli altri borghigiani per avere conferma del proprio sconcerto, della paura che già faceva trattenere il respiro. Il terrore si fece strada tra i monti risalendoli in fretta come una serpe venefica. Quei rudi montanari delle corti vescovili non potevano certo immaginarsi che la lotta per le investiture, tra papa e imperatore, stava per abbattersi anche su di loro, sui borghi abbarbicati a quei monti ancora incappucciati di neve, tra il Caio e il Navert; apparentemente dimenticati da tutti. Era la primavera del 1076 e niente sarebbe più stato come prima.”